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ITTIRI FOLK FESTA

PROGRAMMA

                                                             

Sos annos de su “coro”

Un “lazo” per catturare il cuore. Quaranta cinque anni di bellezza, sempre più accurata e nobile, dettagliata e raffinata, indicano non soltanto un notevole fatto culturale, ma educano e cambiano il gusto. Il Gruppo Folk “Ittiri Cannedu” ha percorso, in quattro decenni e mezzo, le vie del cuore. Le uniche aperte ad ogni orizzonte sul mondo fino alle più lontane latitudini. Il ballo e la danza popolare, se ci guardiamo dentro in silenzio, nascono dal cuore e dalla passione che sanno dare un ritmo alla vita e dalla vita tornano al cuore alimentando nuova passione. Soltanto il cuore può custodire un dono così inestimabile e misterioso, rendendolo sempre più accessibile alla gente, alle sue storie, alle vicende più significative della vita. La memoria dei ragazzi è oggi senza storia. Alimenta e perde le tracce in un attimo. Dietro quei passi magici, nei dettagli di quei ricami, nella preziosità di quegli ori e di quegli argenti, c’è soltanto un racconto lontano che, se noi gli permettiamo di avvicinarsi, ci diventa familiare e amico. Le storie ormai cariche di anni, l’età avanzata, la lentezza dei movimenti non sono segnali di vecchiezza. Nascondono, invece, una giovinezza che si esprime, forte, coraggiosa, indomita. Le diverse età e le molte generazioni non si barricano dietro fossati invalicabili. Interagiscono. Si parlano. Costruiscono insieme, se tutti sappiamo lanciare il filo impercettibile che ci avvicina e ci lega gli uni agli altri, il medesimo canto del cuore. In un campo di concentramento, un uomo attempato e marchiato dall’infamia di essere di razza impura, trascorreva il tempo di aria, suonando il piffero. Le dita indolenzite dal freddo e dalla fame, ritrovavano vitalità nel ritmo e nella melodia. I capi-aguzzini alla lunga si innervosirono. E siccome quell’uomo non sentiva ragioni che limitassero la sua libertà di esprimersi, gli tagliarono di netto tre dita. Lui imperturbabile continuò a suonare con le altre due. Gli tagliarono anche quelle. E lui riuscì a suonare con i moncherini. Intanto gli altri deportati iniziavano a cantare e a ballare. Non poteva più essere tollerata una tale freschezza d’animo. Tagliarono al musicista anche le braccia. Tutti insieme, allora, intonarono le canzoni delle loro tradizioni, e fischiettavano le danze dei loro organetti. Diventarono coraggiosi trasmettitori di gioia e di bellezza. Il loro cuore era stato catturato dall’unico linguaggio che era loro rimasto per raccontarsi: la musica, la danza e il canto. A chent’annos, Ittiri Cannedu, cantende a su mundu e cun tottu su mundu! In libertade e a coro abeltu.